50) Freinet. L'educazione nuova.
La proposta di Clestin Freinet di nuove tecniche didattiche,
quali il testo libero e la tipografia, voleva rispondere alle
concrete esigenze di una scuola popolare, aderente alla realt
sociale e all'esperienza di vita del fanciullo. In questo senso la
concezione educativa di Freinet si contrapponeva sia alla visione
tradizionale e conservatrice della scuola, sia alla proposta di un
modello ideale di scuola nuova isolata dal mondo. Il punto di
riferimento di Freinet  costituito dalla cultura popolare e dalle
esigenze delle classi subalterne; a questa prospettiva si
collegano anche le iniziative da lui promosse - anche a livello
internazionale - per la formazione di associazioni di insegnanti
impegnati in un lavoro cooperativo di sperimentazione e diffusione
di nuove tecniche per una scuola moderna e popolare.
C. Freinet, Nascita di una pedagogia popolare.
Verso un metodo d'educazione nuova per le scuole popolari.

 [...] Il nostro  prima di tutto un gruppo cooperativo di maestri
elementari. Non che noi ci crediamo presuntuosamente i soli capaci
di fare qualche cosa di praticamente utile alla scuola del popolo.
Ma pensiamo, e l'esperienza ce lo ha dimostrato molte volte, che
solo i maestri che sono alla base dell'opera, che si battono ogni
giorno, ogni minuto con la dura realt, sono in grado di
distinguere gli sforzi educativi che sono loro particolarmente
adatti. La liberazione della scuola popolare verr anzitutto
dall'azione intelligente e vigorosa di maestri che siano essi
stessi del popolo.
[...] Due concezioni opposte del problema educativo si dividono
attualmente l'attivit scolastica e pedagogica: mentre gli
innovatori - quali Ferrire, Tobler, Gheeb, e un gran numero di
pedagogisti svizzeri e tedeschi - perseguono la realizzazione
nella societ attuale di una scuola ideale, astratta dal mondo, di
cui essi comprendono la profonda influenza distruttiva; i diversi
rappresentanti dell'educazione ufficiale si vantano al contrario
di restare nella prosaica realt. Per essi la vita sociale, il
regime scolastico, i programmi eccetera sono delle cornici,
nell'interno delle quali noi dobbiamo accontentarci di disporre
ordinatamente il nostro insegnamento. Essi proclamano che gli
educatori devono circoscrivete il loro compito al puro lavoro
scolastico. E, effettivamente, la maggior parte delle riviste
pedagogiche si applica solamente a questo compito privo di ideali:
svolgere il programma nella classe che  stata assegnata,
astenendosi completamente da tutto ci che potrebbe nuocere alla
neutralit o recare ombra al potere.
Vi  per tra queste due concezioni una posizione possibile,
netta, leale, che lo sappiamo, non sar certo lodata dai nostri
padroni, ma che noi riteniamo la sola degna di veri educatori.
Intravediamo certamente la scuola ideale; sappiamo che una
educazione liberatrice deve essere soprattutto libera e creativa.
Ma noi lavoriamo nella pi dura delle realt: abbiamo davanti dei
fanciulli che avrebbero spesso pi bisogno di pane e di vesti che
di tesori culturali; le condizioni materiali sono quasi sempre
deplorevoli; infine la vita anormale e amorale che ci circonda
ostacola fatalmente i nostri sforzi.
E' nostro dovere mostrare, provare, gridare che l'educazione che
noi vorremmo dare, quella, del resto, che  definita dai nostri
maggiori pedagogisti, presuppone la realizzazione di certe
condizioni materiali e sociali senza le quali il vostro sforzo
sar fatalmente destinato all'insuccesso. Per questo sentiamo la
necessit di porre i problemi pedagogici nella vita sociale e di
studiare, insieme alle realizzazioni pedagogiche, anche i problemi
materiali e sociali che condizionano queste realizzazioni.


Il nuovo senso delle nostre ricerche.

Noi crediamo di aver sufficientemente definito, nelle nostre
pubblicazioni, la via nuova che abbiamo intrapresa. Ma potremo mai
essere intesi da contraddittori che la loro falsa scienza accieca,
e che s'ingegnano a dimostrare, con gran sfarzo di affermazioni
teoriche, che la nostra esperienza, di cui non si pu negare
l'interesse, non  adatta alle nostre scuole pubbliche; che le
nostre soluzioni sono idealistiche ed errate e non possono
applicarsi alla generalit delle nostre classi? Come se l'uso che
si  fatto della tipografia giornalmente, in cento scuole, e i
risultati ottenuti non fossero pi probativi dei cavilli dei
critici male informati.
A rischio di ripeterci, cercheremo di precisare nuovamente la
nostra concezione, e d'inserire la nostra realizzazione nel
movimento pedagogico attuale.
Quando abbiamo lanciato l'idea della tipografia non ci siamo
lasciati trascinare dalle due correnti estreme: alla estrema
sinistra del movimento pedagogico i partigiani di una teoria
anarchica dell'educazione hanno creduto alla possibilit di
giungere, per mezzo delle nostre tecniche, alla scuola dei loro
sogni, nella quale gli alunni, liberi da ogni imposizione,
trascurando ogni anteriore esperienza, componendo e stampando essi
stessi i loro libri, senza il controllo dell'adulto, avrebbero
potuto realizzare la vera educazione libera e personale. Noi
riconosciamo certamente che lo spettacolo di fanciulli che si
formano con le loro sole forze, fuori da ogni oppressione, non
mancherebbe di fornirci delle indicazioni psicologiche e
pedagogiche preziose. Ci ci offrirebbe un'esperienza, forse
utile. Ma riteniamo questa tendenza come contraria alle necessit
attuali della pedagogia popolare. Se noi abbiamo condannato
l'isolamento nel quale funziona la scuola, non  per cercare ora
una chimerica organizzazione, per di pi astratta dal mondo e
dalla civilt.
Di qualunque natura siano gli ostacoli che la societ
capitalistica pone agli esperimenti di rinnovamento
dell'educazione del popolo, ci adopreremo sempre pi a fondere la
scuola col popolo, per spogliare l'educazione d_ tutto ci che ha
avuto fino ad ora di misticamente aristocratico, per farne la
potente preparazione alla vita proletaria.
Non trascureremo per questo nulla di ci che la civilt ha messo
materialmente a nostra disposizione. Ma ci riserviamo il diritto
di fare del materiale e dei libri scolastici un uso pi conforme
ai principi d'elevazione, di liberazione e di vita che crediamo di
dover mettere alla base delle nostre ricerche.
I pedagogisti di professione avrebbero al contrario desiderato che
noi facessimo della tipografia un uso saggiamente scolastico, che
non rivoluzionasse n le tradizioni, n i metodi convenzionali.
Far stampare i sunti delle lezioni, le tavole sinottiche, gli
essenziali elementi di cui s'imbottiscono i crani dei bambini,
era, secondo il loro giudizio, _l miglior uso da farsi della
tipografia. I pi arditi avrebbero voluto far stampare dai
fanciulli una scelta di testi (adulti) per la lettura e il lavoro,
in modo da realizzare da s il manuale scolastico quasi ideale.
Noi abbiamo sempre respinto delle simili tecniche di lavoro: anzi
abbiamo messo in guardia spesso i nostri corrispondenti contro un
impiego formalistico e privo di vita della Tipografia a Scuola.
Alcuni critici che trascurano troppo i principi di vita del nostro
lavoro ci consigliano ancora: perch far stampare senza ordine n
metodo degli scritti di fanciulli? il profitto sarebbe ben
maggiore se faceste stampare delle parole tipo, delle frasi
scelte, dei testi modello...
Certamente lo potremmo fare. Altri prima di noi e Paul Robin I
aveva segnalato - hanno notato che la composizione tipografica 
un eccellente esercizio manuale, che aiuta moltissimo lo studio
dell'ortografia, raffina il gusto eccetera Considerazioni tutte
prettamente scolastiche, forse adatte ad entusiasmare certi
pedagogisti, ma che lascerebbero indifferenti i nostri alunni. Per
questi il lavoro di tipografia per la composizione di parole o
testi che non hanno saputo scuoterli, resterebbe, come ogni lavoro
scolastico, una occupazione la cui novit potr affascinare sul
momento, potr anche in seguito piacere per l'attivit necessaria
a svolgerla, ma che non tarder a rivestire, come le altre
occupazioni scolastiche, un carattere di inutile obbligo
assolutamente contrario al nostro principio educativo.
Come l'esperienza dimostra, gli alunni si stancano molto presto di
stampare testi che non li hanno profondamente interessati. E
continuare per questa strada restringerebbe di molto la portata
educativa ed umana della nostra esperienza, ed abbasserebbe il
nostro materiale al livello di tutte quelle invenzioni ed
espedienti immaginati dai pedagogisti per carpire l'interesse e il
lavoro del fanciullo. E l'educatore non troverebbe in questa via
che disinganni e delusioni.
La Tipografia a Scuola ha un fondamento psicologico e pedagogico
ben altrimenti sicuro e durevole: l'espressione e la vita
infantile.
Il fanciullo si stanca forse di esternare con il linguaggio il suo
intimo essere? Ed ancor meglio, si stanca di esprimersi per mezzo
del disegno quando pu farlo liberamente?.
Accade la stessa cosa per l'espressione scritta. Ma non vi pu
essere espressione senza che vi siano interlocutori pi o meno
immaginari. Nella vecchia scuola la composizione non era destinata
che alla correzione o alla revisione da parte del maestro, e
perci restava un lavoro scolastico e non poteva essere mezzo
d'espressione.
Il fanciullo ora scrive per essere letto, dal maestro e dai
compagni, e per essere infine stampato in modo che il suo testo,
cos immortalato, sia gustato anche dai corrispondenti vicini e
lontani che lo leggeranno.
Infatti noi abbiamo ottenuto la stessa spontaneit, lo stesso
prorompere di vita, che si manifesta nelle libere attivit
infantili. Altri elementi assolutamente sicuri ci dimostrano che
abbiamo, in un sol tratto, fatto penetrare la scuola sul piano di
vita del fanciullo allargando e approfondendo questa vita,
apportando nell'educazione spontanea e individuale scolastica e
familiare un'unit armonica: unit che a procura senza dubbio
l'ardore al lavoro, l'attivit, la curiosit, il desiderio di
arricchimento spirituale e di elevazione che noi abbiamo potuto
costatare nelle nostre classi.
Noi possiamo ora nella scuola toccare l'anima del fanciullo:
abbiamo in mano la leva potente che ci permetter di sperimentare
e di perfezionare un attivo vivente metodo d'educazione. Si
comprender che, nel ricercare le tecniche adeguate, dobbiamo
stare ben in guardia per non ricadere nel formalismo scolastico e
perch non si smorzi il vivo entusiasmo dei maestri e degli alunni
partiti alla conquista di una nuova vita.
 (V. Carbotti, La pedagogia nel pensiero contemporaneo, G. D'Anna,
Messina-Firenze, 1984, pagine 161-165).
